Intervista a Luca D’Annunzio

La verità ieri, oggi e sempre

a cura di Kevin Morawicki

Un’indagine che esplora la relazione tra canto, società e condizione umana, e in cui il ricercatore stesso è parte attiva e profondamente coinvolta: proprio in questo si distingue la ricerca di Luca D’Annunzio. Al centro dei suoi interrogativi, vi è il modo in cui l’antica arte del canto sia stata insegnata per esprimere le più profonde vicissitudini dell’animo umano, quelle passioni universali e senza tempo che, non a caso, definiamo “classiche”.

Formarsi fin da bambino secondo i principi tecnici, estetici e filosofici della scuola romantica italiana, e poi crescere e lavorare come Maestro sin dalla giovane età, hanno rappresentato una sfida per Luca D’Annunzio nel sintetizzare e comunicare i tratti centrali della sua ricerca, evitando semplificazioni eccessive.

Affrontare il caso di un cantante che è anche ricercatore nel campo del canto lirico comporta un confronto con dimensioni soggettive che, anziché ostacolare l’oggettività della ricerca, ne rappresentano un fondamento e ne rafforzano il significato.

“Fin dai miei primi anni di formazione,” afferma D’Annunzio, “ho notato profonde differenze tra il canto degli interpreti moderni e quello degli antichi. Ma dove risiedeva questa differenza? Non potevo attribuire semplicemente al passare del tempo la perdita di uno stile di canto capace di farmi vibrare e appassionarmi, uno stile che risvegliava e definiva i miei ideali estetici.”

Il caso di Luca D’Annunzio è uno di quei rari esempi in cui l’oggetto di ricerca diventa una presenza costante nella vita quotidiana del ricercatore stesso. Una condizione poco frequente oggi, in cui l’interrogativo e il problema della ricerca si intrecciano con una dimensione profondamente esistenziale. Come lui stesso racconta:

“Avevo 8 anni quando la mia insegnante rispose a una mia domanda, delineando uno dei primi principi che mi avrebbe segnato per sempre: “Che cosa era cambiato?” – si chiese, fece una pausa, e dichiarò con profonda convinzione: “Il canto è un sacerdozio per chi si impegna seriamente. In questo percorso di vita, mente, cuore e fisicità devono diventare una cosa sola.” Ricordo che aggiunse: “Solo una grande passione e rispetto per l’arte possono giustificare l’ambizione all’eccellenza.””

A soli 11 anni, Luca D’Annunzio si imbatté per la prima volta nella celebre frase di Giuseppe Verdi: “Torniamo all’antico e sarà un progresso.” Questa affermazione ha lasciato un segno indelebile nel suo percorso artistico. Da quel momento, si impegnò a esplorare a fondo il mistero dei cantanti del passato e le tradizioni che li circondavano.

Senza dubbio, da quel momento in poi la sfida divenne chiara: come affrontare la ricostruzione della formazione del cantante, quali strumenti e metodi utilizzare. In sostanza, come ritrovare la bellezza e l’espressione nel canto.

“È stato molto difficile trovare risposte concrete a tutte le mie domande, perché la verità è frammentata”, ricorda oggi Luca D’Annunzio. “La mia formazione assomigliava a un puzzle. Grazie ai miei maestri e a grandi figure della lirica, ho potuto immergermi, passo dopo passo, nello studio approfondito della scuola italiana.”

Considerando il suo ampio e inclassificabile percorso formativo, si può affermare che il cammino di studio e ricerca di Luca D’Annunzio è stato e continua a essere un processo esplorativo. Non si è mai attenuto a una metodologia di ricerca predefinita, ma è stato nel corso stesso della ricerca che ha definito sia l’oggetto di studio sia la metodologia necessaria per affrontarlo. In questo contesto, ha dato particolare importanza ai trattati e ai metodi scritti dai grandi cantanti e maestri del passato. “Studiare i trattati mi ha permesso di comprendere i veri principi e i fondamenti di quest’arte fin dai suoi albori.”

“Che cosa era cambiato?”, si chiedeva Luca D’Annunzio trent’anni fa. Oggi, per affrontare la complessità di questa domanda, il maestro e cantante sente l’esigenza di suddividere i cambiamenti in due grandi categorie:

La tecnica vocale.

L’arte del canto oggigiorno.

Di seguito, presento un estratto della conversazione con Luca D’Annunzio, in cui condivide vari aspetti della sua ricerca. Questo materiale sarà poi raccolto in un libro, che mira a evidenziare le ragioni più significative della sua critica alla situazione attuale del canto lirico. Allo stesso tempo, il libro esplorerà considerazioni teoriche, pratiche e filosofiche derivate dalla tradizione della scuola italiana, offrendo nuovi spunti per riposizionare quest’arte e superare la decadenza che la affligge attualmente.

La tecnica vocale

Nelle sue ricerche, Luca D’Annunzio si è concentrato sui maestri e i cantanti dell’antichità.

Quali sono, in linea generale, le differenze tra lo studio del canto odierno e quello praticato nei tempi passati?

“La formazione tecnica del cantante è uno degli aspetti che ha subito un’involuzione nel corso del tempo. Oggi, lo studio è spesso limitato, improvvisato e privo di reale impegno, il che ha portato a una decadenza che tutti possiamo constatare.

Al contrario, la scuola italiana richiedeva agli studenti di lavorare quotidianamente con metodo e pazienza per sei, sette anni o anche di più, prima di esibirsi in pubblico. Le cronache di quell’epoca riportano che Nicola Porpora, il famoso maestro di canto, ha addestrato Caffarelli con un rigoroso allenamento tecnico per sei anni. Anche la grande soprano tedesca Lilli Lehmann, nel suo trattato sul canto, sottolinea l’importanza di almeno sette anni di preparazione dello strumento vocale prima di intraprendere lo studio del repertorio.

Dobbiamo riconoscere che chi non è rimasto incantato dalle performance ipnotiche di artisti come Claudia Muzio, Ebe Stignani, Enrico Caruso e Tita Ruffo? Le loro interpretazioni, così toccanti e intense, si fondano su una preparazione solida e consapevole, dove la perseveranza, la serietà, la pazienza, il rispetto, l’intelligenza e la bellezza sono alcune delle chiavi del loro successo.”

Secondo il suo criterio professionale, quali sono gli aspetti principali che lo studio della tecnica vocale dovrebbe affrontare?

“Nello studio della tecnica vocale, la questione centrale è la corretta emissione, che rappresenta il primo obiettivo e la base fondamentale per chi desidera dedicarsi seriamente al canto e aspirare a diventare un grande artista. È essenziale che l’alunno sviluppi un dominio completo e consapevole delle parti che compongono il proprio strumento vocale, come il diaframma, la laringe, la faringe, la lingua e le labbra.

Successivamente, è necessario lavorare sull’estensione della voce, prestando attenzione ai tre registri principali: il registro di petto, il falsetto e la testa, oltre a bilanciare i due timbri di base, chiaro e scuro. Durante questo processo, è fondamentale anche identificare e correggere eventuali problematiche legate all’emissione, che possono derivare da pratiche scorrette o da altre cause.

Questa fase iniziale richiede un impegno di almeno cinque anni, a seconda delle condizioni fisiche e delle capacità intellettuali e uditive di ciascun alunno. Una volta raggiunto questo traguardo, si può iniziare un percorso di perfezionamento, che include lo sviluppo dell’agilità e degli ornamenti. Questo allenamento diventa imprescindibile per tutti i cantanti, poiché non solo migliora le capacità tecniche, ma contribuisce anche a potenziare l’intero apparato vocale, influenzando positivamente sia il registro che la qualità della voce.”

Che obiettivo formativo pone lo studio dell’agilità?

“L’obiettivo formativo dello studio dell’agilità è che l’alunno diventi capace di eseguire tutti i tipi di passaggi. Questo include non solo le scale maggiori, minori e cromatiche, ma anche passaggi di intervalli combinati, volate, volatine e arpeggi. È fondamentale che si lavori su tutte le vocali, utilizzando entrambi i timbri e coprendo i tre registri principali della voce, in tutta la sua estensione.

Inoltre, è necessario che l’alunno possa eseguire questi passaggi variando i gradi di forza e velocità, e utilizzando i diversi modi di articolazione, come il portamento, il legato, il martellato e lo spiccato.

Un altro aspetto cruciale è lo sviluppo delle diverse qualità sonore, che includono la tenuta uguale di forza, i filati, le messe di voce e il ribattimento. L’allievo deve anche padroneggiare l’esecuzione di ornamenti vocali, come appoggiature, gruppetti, acciaccature, ribattute di gola e trilli. Infine, è importante esplorare stili diversi, come il canto fiorito, il canto spianato e quello declamatorio, per una formazione completa e versatile.”

Quali sono i benefici dello studio dell’agilità?

“Lo studio dell’agilità offre numerosi benefici. In primo luogo, consente all’alunno di eseguire passaggi con maggiore velocità, ma va oltre: conferisce elasticità, scioltezza, naturalezza e uniformità alla voce. Un grande maestro del canto, Manuel García, sottolineava l’importanza di questo studio paragonandolo all’ultima mano di vernice applicata alla fine della costruzione di uno strumento. Questo sottolinea quanto sia essenziale per perfezionare e rendere completo il nostro strumento vocale.”

Qual è il luogo che occupa questo arduo allenamento nella formazione del cantante? Cosa succede se un cantante prescinde dagli studi dell’emissione e dell’agilità?

La storia ci insegna chiaramente che senza un adeguato allenamento vocale, è praticamente impossibile sviluppare la voce in modo tale da trasformarla in un mezzo espressivo capace di comunicare, raccontare storie e servire la musica, la parola e l’arte melodrammatica. Ignorare questi aspetti fondamentali porta inevitabilmente a limitazioni nell’interpretazione e nella performance artistica.”

Intende dire che la tecnica vocale e l’espressione sono intimamente relazionate?

Assolutamente. L’acquisizione di una buona emissione vocale e lo studio dell’agilità sono fondamentali per consentire al cantante di esprimersi al meglio. Voglio dire che solo sviluppando appieno il proprio strumento, il cantante può dotarsi di quelli che io definisco «strumenti tecnici-espressivi”.

È importante chiarire che, nell’antichità, l’allenamento non si concentrava esclusivamente sull’acquisizione di abilità meccaniche per il virtuosismo, come molti tendono a credere. La vera ricerca consisteva nel conferire alla voce umana le più sublimi e raffinate sfumature espressive, tutte orientate a servire la rappresentazione drammatica. Ribadisco: il virtuosismo è solo una conseguenza, non un l’obiettivo!

Quindi come è questa relazione fra la tecnica e l’espressione?

“Una volta che il cantante ha ben chiaro ciò che intende comunicare, deve scegliere gli strumenti tecnici ed espressivi più adatti per la sua interpretazione. Ad esempio, come posso rappresentare vocalmente l’ira? Quali timbri, volume, intensità e articolazione utilizzo per esprimere questa emozione? Anche l’ornamentazione e la costruzione di una cadenza devono rispondere al desiderio di trasmettere un messaggio.

Ogni gesto tecnico trova la sua giustificazione nell’espressività. La necessità di comunicare attraverso la voce ha portato a una scoperta, a uno studio e a un perfezionamento incessante di tutti gli strumenti della scuola italiana. In altre parole, il metodo è il frutto della ricerca dell’espressione vocale. Per sostenere questa mia posizione, mi rifaccio ancora al pedagogo Manuel García, il quale, come i suoi predecessori e contemporanei, si ispirava agli scritti di Aristotele, Socrate e Cartesio. Questi testi costituivano le basi delle sue ricerche, mirate a trovare un riflesso fisico-vocale nel momento in cui si prova una determinata emozione. Ripeto: per gli antichi, la tecnica non ha un fine in sé; è semplicemente un mezzo nato dall’esigenza di esprimere.”

La scuola italiana rappresenta l’unica vera tradizione per lo studio del canto lirico. Potremmo esprimerlo in questi termini?

“Senza dubbio. Ricordo le parole di Enrico Caruso, che affermava: «Il bel canto italiano è stato, è e sarà sempre il modello per chiunque voglia imparare a cantare.» Caruso sottolineava anche che «anche le opere più moderne devono essere interpretate secondo questi principi.»

L’arte del canto oggigiorno

In quanto legittimo erede della scuola italiana, Luca D’Annunzio critica l’arte melodrammatica contemporanea utilizzando argomenti forniti da storici e basandosi su studi approfonditi sulla formazione dei cantanti. Anche se è sufficiente esaminare i principi tecnici e filosofici alla base della sua visione per comprendere come percepisca i cantanti moderni, gli chiediamo direttamente la sua opinione e le sensazioni che il mondo della lirica gli suscita attualmente.

Che idee e che sensazioni le provoca esaminare l’arte vocale al giorno d’oggi?

“Viviamo un periodo difficile per gli artisti, in cui le basi della nostra professione sono in declino. Il canto, non può sfuggire a questa realtà e, di conseguenza, si trova profanato, volgarizzato e impoverito a causa della mancanza di solide fondamenta.

Non voglio sembrare apocalittico, ma devo essere sincero: la situazione attuale mi rattrista. È diventato impossibile ottenere la concentrazione, l’attenzione e lo studio necessari per approfondire l’essenza di quest’arte. La decadenza è innegabile e rende il futuro di questa sublime forma di espressione sempre più incerto.”

Quali sono, secondo lei, gli aspetti più critici nella formazione dei cantanti oggi? Cosa sta danneggiando maggiormente il canto lirico attualmente?

“È difficile elencare tutti i fattori in crisi oggi, ma se devo focalizzarmi su uno in particolare, direi che mancano rispetto e impegno, così come profondità e dedizione. Questi sono alcuni dei problemi più gravi attualmente. Viviamo in un’epoca di fretta e si studia con altrettanta fretta. I nostri tempi e modi di agire non sono in sintonia con quelli dell’antichità e con lo studio di questa professione. Oggi il mercato premia la quantità di produzioni, mentre in passato si dava valore solo alla qualità e al successo genuino nell’arte.»

Come si può affrontare questa situazione critica?

“Ancora una volta mi viene in mente la celebre frase di Verdi: “Torniamo all’antico e sarà un progresso.” Quanta verità, quasi profetica, racchiude questa semplice espressione del grande Maestro! Verdi non parlava solo di tecniche e pratiche musicali, ma alludeva alla necessità di ritornare ai principi fondamentali, all’origine, a ciò che dà senso all’arte del canto, della musica e, in fondo, alla vita stessa.”

È quindi possibile cambiare questa situazione?

“È difficile dirlo con certezza… già alla fine dell’Ottocento, il celebre baritono e pedagogo Leone Giraldoni affermava che l’arte del canto era ormai perduta. Forse, allora, ciò che rimane è una riflessione personale, un richiamo per chiunque ami quest’arte: riflettere su come preservarla e assumerci la responsabilità di riportarla alla sua essenza, oggi sempre più distante dalla nostra realtà»

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