Giulio Caccini

Le nuove musiche III

Ne i quali, così ne madrigali come nelle arie, ho sempre procurata l’imitazione dei concetti delle parole, ricercando quelle corde più e meno affettuose, secondo i sentimenti di esse, e che particolarmente avessero grazia, avendo ascosto in esse quanto più ho potuto l’arte del contrappunto, e posato le consonanze nelle sillabe lunghe, e fuggito le brevi et osservato l’istessa regola nel fare i passaggi.

Benché per un certo ornamento io abbia usato talora alcune poche crome, fino al valore di un quarto di battuta o una mezza il più sopra sillabe brevi, le quali, perché passano tosto e non sono passaggi ma un certo accrescimento di grazia, si possono permettere. Ma il giudizio speciale fa ad ogni regola patire qualche eccezione.

I passaggi non sono stati ritrovati per essere necessari alla buona maniera di cantare, ma piuttosto per una certa titillazione degli orecchi di chi meno intende il canto con affetto. Se ciò si sapesse, i passaggi sarebbero abborriti.

I lunghi giri di voce sono malamente usati, poiché servono solo in musiche meno addettuose, sopra sillabe lunghe e non brevi, e nelle cadenze finali. La vocale u è più adatta al soprano e la vocale i al tenore.

Per usare i giri di voce con regola, occorre intelligenza del concetto delle parole più che del contrappunto, poiché quest’ultimo serve solo ad accordare le parti.

La voce naturale è quella che deve guidare il canto, evitando le voci finte, e usando la respirazione solo per gli affetti e l’espressione.

La musica imita le armonie celesti e conduce l’intelletto alla contemplazione dei beni eterni.

I segni di terze, seste e dissonanze sono stati usati nel basso del chitarrone per accompagnare la voce con libertà interpretativa.

Grande esempio fu Antonio Naldi detto il Bardella, eccellente suonatore di chitarrone, maestro nell’accompagnamento e nell’uso delle parti di mezzo.

L’arte non ammette mediocrità: richiede studio, diligenza e amore per raggiungere la perfezione del canto.

I fondamenti principali sono l’intonazione della voce in tutte le corde, evitando errori di altezza o forza e cercando la giusta grazia.

L’intonazione può essere fatta crescendo o scemando la voce, ma è più affettuoso il metodo di scemare la voce, poiché muove meglio l’affetto.

L’esclamazione nasce proprio dal lasciar la voce con lieve rinforzo e variazione, rendendo il canto più espressivo.

La variazione tra crescita e diminuzione della voce è necessaria per evitare monotonia e ottenere maggiore espressione.

Dalle regole scritte si apprende la grazia del canto, che richiede studio, pratica e intelligenza del testo e del sentimento.

Prefazione a Le nuove musiche, Giulio Caccini, Firenze, 1601 – 1614 – 1615.

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