Amelita Galli-Curci

L’essenziale fondamentale

Nessun cantante può raggiungere una vera distinzione senza la più rigorosa autodisciplina e un duro lavoro. Questa è la testimonianza di tutti i grandi cantanti del nostro tempo, come di ogni epoca. È il messaggio che essi riportano dalla vetta della vittoria e trasmettono ai più giovani, che si sforzano di acquisire la padronanza da loro raggiunta.

Lavoro, lavoro e ancora lavoro! E se avete conquistato anche soltanto un piccolo punto d’appoggio sulla collina della fama, lavorate per mantenere la vostra posizione. Soprattutto, non accontentatevi dei progressi compiuti finora: aspirate a una maggiore perfezione. Più in alto vi sono vette che non avete ancora raggiunto! E più in alto vi attendono gioie, se soltanto lavorerete per conquistarle.

Forse non esiste cantante che creda più profondamente nel valore del lavoro, e certamente nessuno che metta in pratica con maggiore coerenza ciò che predica, di Amelita Galli-Curci. Conosce il valore del lavoro e lo ama per se stesso.

Durante i mesi estivi non interrompe a lungo la propria attività per «riposare la voce». Dopo un’esibizione, non si ritira per mezza giornata per recuperare dalla fatica di aver cantato un ruolo la sera precedente. No: per lei, quell’esperienza non significa esaurimento, ma felicità ed esaltazione. Cantare è un piacere, perché non è faticoso: è una parte di se stessa. E lei ama farlo!

Così accade che la mattina successiva a un’esibizione sia già in piedi e fuori casa di buon’ora, pronta a occuparsi personalmente dei numerosi impegni che richiedono il suo tempo e la sua attenzione. Può usare la voce parlata senza timore, perché non ha mai fatto nulla che la sottoponesse a sforzo; generalmente è forte e in buona salute, vivace e serena. I suoi occhi scuri e dolci sono colmi di pensiero intelligente; la bocca sorride con grazia mentre parla; la figura minuta è piena di vita ed energia. Eppure, la sua presenza trasmette un profondo senso di calma.

Uno spirito coraggioso e luminoso; una grande, meravigliosa artista!

Questi pensieri restituiscono solo vagamente la mia prima impressione della signora Galli-Curci, quando entrò nel suo ampio e luminoso salotto, dove l’aspettavo. Il suo delicato viso ovale era acceso dal rossore di un sano esercizio fisico: era appena rientrata da una passeggiata per fare acquisti e l’aria invernale era pungente.

«Mi piace molto andare a fare acquisti», spiegò, «perciò lo faccio sempre personalmente».

Mi invitò a sedermi accanto a lei su un comodo divano e subito cominciò a parlare delle cose che più desideravo ascoltare.

«Spesso mi viene chiesto», esordì, «di descrivere come creo questo o quell’effetto, come produco determinati suoni, come faccio arrivare la voce fino all’angolo più lontano della sala, e così via. Rispondo che questo è il mio segreto. In realtà, non è affatto un segreto, almeno per chiunque abbia risolto il problema. Chiunque possieda una voce e intelligenza può acquisire queste capacità, purché sappia come procedere per ottenerle. Ma se non si ha alcuna idea del procedimento, nessuna quantità di semplici spiegazioni potrà renderlo chiaro.

«Cantare un ruolo d’opera sembra una cosa così facile, visto dall’altra parte della ribalta. La gente sembra pensare che, se si sa cantare, sia del tutto naturale e facile interpretare un grande ruolo lirico. E più padronanza si possiede, più facile credono che sia.

«La verità è che occorrono anni e anni di studio, studio costante, per imparare a cantare prima ancora di affrontare una parte importante in un’opera.

«Sono così tanti gli organi del corpo coinvolti nel processo della respirazione e della produzione del suono; e la maggior parte di essi deve trovarsi, se non sempre, almeno per buona parte del tempo, in una condizione di rilassamento e di flessibilità quando si canta. C’è il diaframma, poi la gola, la laringe, i polmoni, il naso e le labbra: tutti contribuiscono alla produzione del suono.

«Forse potrei dire che la laringe è il fattore più importante di tutti. Se si riesce a controllarla, si possiede il segreto. Ma nessun essere umano può spiegare esattamente come farlo. Alcuni cantanti che oggi si esibiscono in pubblico non hanno alcuna idea di come gestire questa parte della propria anatomia. Altri forse ci riescono occasionalmente, ma soltanto per caso. A volte si imbattono nel principio corretto, ma, non comprendendo come vi siano riusciti, non sono in grado di riprodurre gli effetti desiderati a volontà.

«Il cantante che conosce davvero il proprio mestiere deve sapere esattamente come produce i suoni e gli effetti vocali. In questo modo può ottenerli in ogni circostanza, anche in condizioni sfavorevoli, quando è nervoso, non è dell’umore giusto o non si sente bene».


AUTOSTUDIO

«Come ho imparato a conoscere queste cose? Attraverso lo studio costante, l’ascolto continuo — perché ho un udito molto acuto — e imparando a riconoscere le sensazioni prodotte nella gola e nella laringe quando emettevo suoni correttamente collocati, piacevoli e, allo stesso tempo, capaci di produrre gli effetti che cercavo.

«Milano è la mia città natale, la bella Milano sotto i cieli azzurri d’Italia, i più azzurri del mondo. Da ragazza, figlia di genitori benestanti, studiai pianoforte al Conservatorio Reale della città, oltre a teoria musicale e contrappunto. Sarò sempre grata di aver iniziato in questo modo, con una solida preparazione musicale, perché mi è stata di grande vantaggio negli studi successivi.

«Quando mio padre subì delle difficoltà economiche, sfruttai bene la mia preparazione pianistica dando lezioni di pianoforte e guadagnando una somma piuttosto buona per una ragazza.

«Ma desideravo ardentemente cantare! Non è forse diritto di nascita di ogni italiano possedere una voce? Cominciai a rendermi conto di avere una voce che poteva essere coltivata. Avevo sempre cantato un po’, come fanno tutti: il canto è l’espressione naturale e spontanea del nostro popolo. Ma desideravo fare di più, esprimere me stessa attraverso il canto.

«Così cominciai a istruirmi da sola, cantando scale e vocalizzi tra una lezione di pianoforte e l’altra. Nel frattempo studiavo tutti i libri sul canto sui quali riuscivo a mettere le mani e poi cercavo di mettere in pratica i principi che avevo appreso in quel modo.

«Nel tentativo di farlo, dovetti scoprire tutto da sola. Ed è per questo che conosco queste cose! Quando canto, so esattamente che cosa sto facendo. So quali muscoli vengono utilizzati e in quale condizione dovrebbero trovarsi; so quali parti dell’anatomia entrano in azione e perché.

«La natura mi ha fatto due grandi doni: una voce e una buona salute. Sono profondamente grata per entrambi. Ho sviluppato il primo attraverso un lavoro faticoso e perseverante; cerco di preservare il secondo vivendo con attenzione, rispettando orari regolari e facendo molto esercizio all’aria aperta.

«Ho sviluppato la voce e l’ho allenata nel modo che mi sembrava più adatto a essa. Esistono tanti tipi di voce quante sono le persone; mi sembra che ogni voce debba essere trattata nel modo più adatto a chi la possiede. Come può un’altra persona dirvi come si debba fare?»

La cantante mi rivolse uno sguardo luminoso e fece un grazioso gesto di modestia.

«Dovete essere voi stessi ad avere l’intelligenza necessaria per comprendere il vostro caso e imparare come trattarlo».


NON SOTTOPORRE MAI LA VOCE A SFORZO

«Un cantante che desideri mantenere la propria voce nelle migliori condizioni dovrebbe esercitarla costantemente e con ragionevolezza. Io dedico sempre ogni mattina circa mezz’ora agli esercizi, ai vocalizzi e alle scale: non li trascuro mai. Ma non faccio mai nulla che sottoponga la voce a uno sforzo di qualsiasi genere.

«Gli insegnanti di canto ci trasmettono molte idee errate. Una di queste è che il diaframma debba essere mantenuto fermo e contratto per fornire sostegno al suono. Mi sembra un grave errore. Io mantengo il diaframma rilassato. In questo modo, nel mio caso, la produzione del suono avviene sempre con facilità: non c’è mai tensione.

«Mi chiedete se non sia molto faticoso cantare contro una grande orchestra, come dobbiamo fare, e con un direttore dal temperamento acceso, come Marinuzzi, per esempio. Io non lo trovo faticoso. Un suono puro e chiaro, grazie alla sua qualità, alla sua collocazione e alla facilità con cui viene prodotto, arriva più lontano di quanto possa mai fare la semplice potenza. Può essere udito al di sopra di una grande orchestra e riesce a raggiungere l’ascoltatore».


L’USO DELLE VOCALI

«I giovani cantanti mi chiedono quali vocali usare nella pratica vocale. Nel mio studio le uso tutte. Naturalmente, alcune sono più utili di altre. La O è buona, la E richiede molta attenzione; la A è la più difficile di tutte.

«Sono consapevole che questa affermazione contrasta con l’opinione comune. Ma sostengo che la A sia la più difficile: se la si esaspera e le labbra sono troppo aperte, il risultato è un suono bianco. D’altra parte, se le labbra sono più vicine, o troppo vicine, oppure non vengono gestite correttamente, si rischia di ottenere rigidità o una qualità di suono gutturale; in tal caso, il suono non può “galleggiare”.

«Ho scoperto che il metodo migliore consiste nell’usare le vocali miste, facendo sì che l’una sfumi nell’altra. Il suono può essere iniziato a turno con ciascuna vocale e poi mescolato con le altre.

«Sapete che anche l’uccello canoro che amo di più, l’usignolo, usa le vocali miste? Ah, quanto ho imparato da lui e anche dagli altri uccelli!

«Alcuni producono suoni aspri, veri e propri gracchiamenti, perché aprono troppo il becco o lo aprono in un modo particolare. Ma l’usignolo possiede un suono così bello e scuro, un “suono coperto”, che arriva al cuore. Ha la qualità più squisita del mondo. Ho imparato molto dagli uccelli, sia su ciò che non si deve fare sia su ciò che si deve fare».


LA MEMORIZZAZIONE

«Quando affronto un nuovo ruolo, comincio dalla storia, dal libretto, così da apprendere innanzitutto di che cosa tratta, qual è il suo significato e qual è la sua psicologia. Lo porto con me a letto, oppure lo tengo accanto a me quando sono sdraiata, perché comprendo la composizione musicale e riesco a farmi un’idea chiara delle intenzioni del compositore senza ricorrere allo strumento.

«Dopo poco tempo comincio a elaborarlo al pianoforte, nei dettagli, con le parole e la musica insieme.

«Per un grande ruolo come La Sonnambula o La Traviata, devo dedicare tre o quattro anni, forse anche di più, alla preparazione prima di presentarlo al pubblico. Occorre molto tempo per padroneggiare completamente un ruolo operistico, lavorandoci sotto ogni aspetto: il canto, la recitazione e la caratterizzazione del personaggio.

«Secondo chi non conosce questo lavoro, se si sa cantare si può facilmente anche recitare una parte e memorizzarla. Costoro ignorano quanto lavoro debba essere dedicato a quel ruolo prima che possa essere presentato in una forma adeguata, capace di comunicare efficacemente al pubblico.

«Non bastano poche settimane, né persino pochi mesi: è un lavoro che richiede anni. E anche allora non è mai veramente finito, perché può sempre essere migliorato con ulteriore studio, maggiore attenzione e riflessione».


LA NECESSITÀ DI CONOSCERE LE LINGUE

«Si parla molto della necessità che il cantante studi le lingue e, in effetti, non si può mai insistere troppo sull’importanza di questo aspetto del lavoro.

«Mi rendo conto che in America sia forse più difficile far comprendere alle persone questa necessità, perché non hanno lo stesso bisogno di utilizzare altre lingue nella vita quotidiana. Si può sempre considerare fortunato il cantante che fin dalla più tenera età è stato cresciuto conoscendo più di una lingua.

«Mia madre era spagnola, mio padre italiano, perciò a casa ho avuto entrambe le lingue. Poi, a scuola, ho imparato il francese, il tedesco e l’inglese, e non soltanto qualche rudimento: ho imparato a scriverle e a parlarle».

«Devo proprio dire che padroneggiate l’inglese in modo straordinario», non potei fare a meno di osservare, perché parlava con grande scioltezza e quasi senza accento. La mia osservazione sembrò farle piacere, perché mi rivolse uno dei suoi sorrisi luminosi.


COLORATURA E VOCE DRAMMATICA

«Sareste contenta», le chiesi, «se in seguito la vostra voce si sviluppasse fino a diventare quella di un soprano drammatico?»

La signora Galli-Curci rifletté per un istante.

«No», rispose, «credo che preferirei conservare la voce che ho. Ammiro sinceramente la voce drammatica e i ruoli che può cantare. La voce di Raisa è, per me, la più bella che conosca.

«Ma, in fondo, penso che per me siano preferibili i ruoli lirici e di coloratura: sono così belli. I vecchi compositori italiani sapevano bene come scrivere per la voce. La loro musica possiede bellezza, possiede melodia, e la bellezza melodica eserciterà sempre il suo fascino.

«La musica italiana più antica non è costruita soltanto sulla melodia e sulle fioriture, ma è anche drammatica. Queste qualità possono infatti combinarsi, e lo fanno nell’ultimo atto della Traviata, così ricco di sentimento profondo e di pathos».


IL CONTROLLO DEL RESPIRO

«Forse, nell’arte del canto, il fattore più importante di tutti è la respirazione. Imparare a controllare il respiro è ciò che ogni allievo si sforza di fare, ciò che ogni cantante cerca di perfezionare e ciò che ogni artista dovrebbe padroneggiare.

«È uno studio quasi senza fine e individuale, perché ogni organismo e ogni mentalità sono differenti.

«Qui, come in ogni altra cosa, devono essere mantenute la massima facilità e la massima naturalezza, affinché il canto divino, che rappresenta l’ideale di bellezza del cantante, possa essere “sospeso sul respiro” e il suo più lieve sussurro possa essere udito fino all’angolo più lontano della galleria».


L’ESSENZIALE IN POCHE PAROLE

«Riassumendo, dunque, i tre requisiti della padronanza vocale sono:

a) Gestione della laringe;

b) Rilassamento del diaframma;

c) Controllo del respiro.

A questi si potrebbe aggiungere un quarto requisito: le vocali miste.

«Ma quando tutti questi elementi sono stati padroneggiati, che cosa viene dopo?

«Ah, c’è molto di più, e non è possibile esprimerlo a parole. È l’espressione di sé attraverso il mezzo del suono, perché il suono deve sempre essere una parte vitale dell’individualità del cantante, colorata dal sentimento e dall’emozione.

«Il suono è il mezzo attraverso il quale si manifesta e si esprime tutto ciò che si è provato, sofferto e goduto. Perfezionare il proprio strumento, il proprio mezzo di espressione, deve essere sempre la gioia e la soddisfazione del cantante».

«E certamente vi riposerete quando sarà terminata l’impegnativa stagione?»

«Sì, mi riposerò quando arriverà l’estate e quest’anno tornerò in Italia. Ma anche se sembrerà che io stia riposando, non trascurerò mai la mia pratica vocale: questo dovere e piacere viene sempre assolto».

E, con un sorriso affascinante e una stretta di mano, mi salutò.

Testo estratto da Vocal Mastery, Harriette Brower, New York, 1917.

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