Enrico Caruso
Il valore del lavoro
ENRICO CARUSO! Il solo nome evoca l’immagine del più grande tenore operistico della sua generazione per tutti coloro che hanno avuto la fortuna di ascoltarlo e vederlo interpretare uno dei suoi numerosi ruoli.
Per chi, invece, ha soltanto ascoltato le sue incisioni, il suo nome richiama comunque alla mente quella voce straordinaria, penetrante, vibrante e sonora, l’interpretazione appassionata che imprime a ogni nota il marchio del genio e quei climax potenti e indimenticabili.
Non aver mai ascoltato Caruso significa essersi privati di una delle esperienze più belle della vita; non averlo visto recitare nei suoi ruoli migliori significa aver perso l’ispirazione che solo un grande attore può offrire.
Come scrisse una volta il critico James Huneker:
“La carriera artistica di Caruso è nota quanto quella di un grande generale o di uno statista; egli è una figura nazionale. È un grande artista e, cosa ancora più rara, un uomo autentico.”
Abbiamo visto la sua arte maturare e perfezionarsi fin da quando iniziò a cantare per il pubblico americano.
La sua prima apparizione al Metropolitan Opera House di New York risale al 23 novembre 1903. Allora la sua voce era già meravigliosa per freschezza e bellezza, ma la sua capacità di interpretazione scenica era ancora limitata. Lo spettatore vedeva sempre Caruso che cantava una determinata parte, senza dimenticare mai la sua personalità. Con lo studio costante e l’esperienza, però, anche questo limite scomparve, tanto che oggi cantante e attore sono perfettamente equilibrati: entrambi sono straordinariamente grandi.
Chi potrebbe ascoltare e vedere Caruso nel ruolo di Sansone senza commuoversi davanti al lamento struggente della sua voce magnifica e al dolore indicibile con cui interpreta il cieco eroe biblico?
GLI INIZI
Enrico Caruso nacque a Napoli, ultimo di diciannove figli. Suo padre era un ingegnere e il ragazzo imparò il mestiere nella sua officina, dove ci si aspettava che seguisse le orme paterne. Ma il destino aveva deciso diversamente.
Come raccontò egli stesso: “Ho sempre cantato, fin da quando riesco a ricordare, semplicemente per il piacere di farlo. La mia voce era da contralto e cantavo in una chiesa di Napoli dai quattordici ai diciotto anni. Poi dovetti prestare servizio militare per un certo periodo. Non avevo mai imparato davvero a cantare, perché nessuno mi aveva insegnato. Un giorno un giovane ufficiale del mio reggimento mi disse: «Se continui a cantare così rovinerai la tua voce«, probabilmente perché allora avevo l’abitudine di cantare con troppa forza. Aggiunse: «Dovresti imparare a cantare. Devi studiare.»
Mi presentò a un giovane che si interessò subito a me e mi accompagnò da un maestro di canto di nome Vergine. Cantai per lui, ma fu molto scoraggiante. Disse che era inutile tentare di fare di me un cantante. Secondo lui avrei potuto forse guadagnare qualche lira a sera con la mia voce, ma sarebbe stato molto meglio continuare il lavoro di mio padre, dove almeno avrei potuto guadagnare quaranta centesimi al giorno.”
“Ma il mio giovane amico non si arrese. Pregò Vergine di ascoltarmi una seconda volta. La seconda audizione andò un po’ meglio e Vergine accettò di darmi lezioni.”
UNA DISCIPLINA RIGOROSA
“Cominciò così un periodo di disciplina rigidissima. Secondo Vergine avevo sempre cantato troppo forte; dovevo cambiare completamente metodo e cantare tutto a bassa voce. Mi sentivo come chiuso in una camicia di forza. Ogni tentativo di esprimere emozioni veniva accuratamente frenato; non mi era mai permesso di liberare completamente la voce.
Finalmente arrivò l’occasione di debuttare nell’opera, per dieci lire a sera (circa due dollari). Nonostante tre anni di quella severa disciplina, rimanevano ancora alcune tracce della mia naturale spontaneità. Il pubblico fu gentile con me e ottenni qualche ingaggio.
Poiché Vergine mi aveva abituato a cantare sempre piano, senza lasciarmi mai spiegare completamente la voce, la gente cominciò a chiamarmi «il Tenore Rotto”.
LA PRIMA VERA OCCASIONE
“Poco tempo dopo arrivò un’opportunità migliore. Nel 1896 il teatro di Salerno decise di mettere in scena I Puritani. All’ultimo momento il tenore scelto per il ruolo principale si ammalò e non c’era nessuno che potesse sostituirlo.
Il direttore d’orchestra, Lombardi, disse ai dirigenti che conosceva un giovane cantante a Napoli, a circa diciotto miglia di distanza, che avrebbe potuto interpretare la parte. Quando sentirono il nome Caruso scoppiarono a ridere con disprezzo. «Chi? Il Tenore Rotto?» chiesero. Ma Lombardi insistette, assicurando che avrei accettato l’ingaggio e che probabilmente sarei stato perfino disposto a cantare gratuitamente.”
UNA RIVELAZIONE
“Così fui chiamato. Lombardi parlò a lungo con me. Mi spiegò, con molti esempi, che non dovevo restare fermo e rigido al centro del palcoscenico limitandomi a cantare belle note. Dovevo liberare la voce, immedesimarmi nel personaggio, viverlo completamente. In altre parole, dovevo recitare oltre che cantare.
Fu per me una vera rivelazione. Non avevo mai capito prima quanto fosse indispensabile interpretare realmente il personaggio che si canta. Così cantai I Puritani con tutto il successo che si poteva ragionevolmente aspettare da un giovane artista con così poca esperienza.
Da quella sera qualcosa si risvegliò dentro di me. Da allora nessuno mi chiamò più «il Tenore Rotto».
Ottenni un contratto stabile di duemila lire al mese. Di quella somma versavo regolarmente a Vergine il 25%, come egli pretendeva. Quando vide che avevo un vero contratto e guadagnavo una cifra considerevole, si riconciliò in parte con me. Tuttavia continuò a sostenere che avrei perso la voce nel giro di pochi anni. Ma il tempo è passato… e io canto ancora.”
I FRUTTI DI QUELLA RIVELAZIONE
“Il fatto di essere riuscito a ottenere un ingaggio in un teatro d’opera mi fece capire che avevo dentro di me le qualità per diventare un vero artista, a condizione di lavorare seriamente per raggiungere questo obiettivo.
Quando ne fui pienamente convinto, nel giro di un solo giorno mi trasformai da dilettante in professionista. Da quel momento iniziai ad avere maggiore cura di me stesso, ad acquisire sane abitudini e a impegnarmi per coltivare la mia mente oltre che la mia voce. A poco a poco si fece strada in me la convinzione che, studiando e lavorando con costanza, un giorno sarei riuscito a cantare in un modo che soddisfacesse innanzitutto me stesso.”
IL VALORE DEL LAVORO PER IL CANTANTE
Enrico Caruso crede fermamente nella necessità del lavoro e rivolge questo messaggio a tutti gli studenti pieni di ambizione:
“Per diventare un cantante occorre lavorare, lavorare e ancora lavorare!
Non è necessario trovarsi in un luogo particolare della Terra: non esiste un posto che possa fare per voi più di un altro. Non conta tanto dove vi trovate, se possedete intelligenza e un buon orecchio. Ascoltate voi stessi: sarà il vostro orecchio a dirvi quale qualità di suono state producendo. Se saprete usare la vostra intelligenza, sarete capaci di correggere da soli i vostri difetti.”
STUDIO INCESSANTE
Queste non sono parole vuote, pronunciate soltanto per impressionare il lettore. Enrico Caruso mette in pratica ciò che predica, perché è un lavoratore instancabile.
Dedica allo studio due o tre ore ogni mattina e, quando gli è possibile, diverse altre ore nel corso della giornata. Non trascura mai la tecnica vocale quotidiana: scale ed esercizi fanno sempre parte del suo lavoro. Ci sono inoltre molti ruoli d’opera da mantenere costantemente in prova insieme al maestro accompagnatore. Il suo repertorio comprende settanta ruoli, alcuni dei quali studiati in due lingue diverse. Tra i personaggi che aveva preparato ma che non ebbe mai occasione di interpretare in scena figurano Otello, Fra Diavolo, Eugenio Onegin, La dama di picche, Falstaff e The Jewels of the Madonna.
Oltre al ripasso quotidiano dei ruoli operistici, Caruso esamina anche un gran numero di nuove romanze e canzoni; ogni giorno gliene arrivano in abbondanza. Naturalmente alcune finiscono nel cestino, altre vengono conservate per eventuali consultazioni future, mentre quelle che ritiene migliori vengono studiate con cura per essere inserite nei suoi recital.
Ho avuto il privilegio, recentemente, di trascorrere buona parte di una mattinata nell’appartamento privato del signor Caruso, nel suo albergo di New York, sfogliando un intero volume di ricordi dedicati alle celebrazioni del Giubileo del marzo 1919, quando il grande tenore festeggiò venticinque anni di attività sulle scene liriche.
In quel volume erano raccolti telegrammi e cablogrammi provenienti da ogni parte del mondo. Numerose lettere e biglietti di auguri e di congratulazioni sono conservati in questo prezioso album. Fra essi si notavano messaggi di Ernestine Schumann-Heink, del Flonzaley Quartet, di Cleofonte Campanini e di moltissimi altri illustri artisti. Nello stesso volume sono conservati anche il programma commemorativo del Giubileo e il libretto utilizzato in quella serata di gala. Gli amanti della musica di tutto il mondo non possono che condividere l’augurio espresso dall’autore: che quella voce meravigliosa possa conservarsi ancora per molti anni!
UN’ULTIMA PAROLA
L’articolo riportato sopra fu mostrato a Enrico Caruso, su sua richiesta, e alcuni giorni dopo fui invitato a incontrarlo.
Quel giorno si era appena conclusa la consueta prova al teatro d’opera.
“Ah, quelle prove!” esclamò il suo segretario, interrompendo per un istante il rumore della macchina da scrivere. “Chi non vi ha mai assistito non può immaginare che cosa significhi davvero una prova.” E sollevò le mani e gli occhi con un gesto molto eloquente.
“Il signor Caruso si è alzato alle otto, è andato alle prove alle dieci e non ha terminato prima delle tre del pomeriggio. Adesso si sta riposando, ma tra poco la riceverà.”
Poco dopo il grande tenore aprì la porta ed entrò nella stanza. Indossava una veste da casa di seta orientale, rifinita con bordi rossi, e alla mano sinistra brillava un anello magnifico: una larga fascia d’oro opaco, impreziosita da diamanti, rubini e zaffiri. Mi strinse la mano e mi disse di aver letto il mio articolo, che lo trovava del tutto esatto e che lo approvava pienamente.
“Ha un ultimo messaggio da rivolgere ai giovani cantanti che lottano e sognano di poter cantare un giorno meravigliosamente come lei?”
“Dica loro di studiare, di lavorare sempre… e di saper fare sacrifici.”
Nei suoi occhi brillava una luce singolare e indecifrabile, come se in quell’istante stesse ripensando alle proprie dure lotte giovanili e a un’esistenza fatta di impegno costante.
E così facciamo nostro il suo insegnamento: ”Lavoro, lavoro e sacrificio!”
Testo estratto da Vocal Mastery, Harriette Brower, New York, 1917.
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