Heinrich Panofka
Considerazioni generali XVI
Dell’influenza della lingua dei diversi paesi sulla emissione dei suoni , e sullo svolgimento della voce e dell’ingegno delle cantatrici
Egli è proprio della natura umana, in generale, e di quella dei cantanti in particolare, ambire delle qualità contrario a quelle di cui ci fe’dono la Provvidenza. La bruna vuol esser bionda e viceversa, il basso vuol esser baritono, il baritono tenore; il contralto poi ha un’avversione profonda alla sua voce e va in cerca d’un buon professore, perchè ne faccia un mezzosoprano; il mezzosoprano non è già più contento; e via discorrendo.
Parimente in tutti i tempi i cantanti tedeschi e francesi hanno ambito le scene italiane: Ungher Sabatier, Sontag, Crivelli; tedesche. Barbot e Lafont; francesi; e finalmente il grazioso tenore Nicolini, francese: dall’altra parte, cantanti italiani hanno abbandonato la scena italiana per affievolire ingegno e voce sulla scena francese, ma presto ritornarono alla cuna natia: Mario, Gardoni, Naudin; Alboni, Borghi-Mamo, Tedesco.
Frequenti viaggi e la perizia delle principali lingue vive avendo a me consentito di studiare da vicino e d’esaminare i caratteri propri delle voci dei differenti paesi, tenterò qui di compendiare le mie osservazioni a questo proposito.
Rimasi principalmente forte maravigliato, prima, dell’analogia che passa fra la natura delle voci e il temperamento degli abitanti dei diversi paesi, e poi dell’analogia delle voci di donna coi violini fabbricati in Italia, in Francia e in Alemagna. Quest’ultimo punto sa per avventura di paradosso; ma noi proveremo che non è.
È un fatto che le voci di donna in Italia sono notevoli per la forza, la rotondezza, il brio e il mordente; nel tempo che sono limpide e dolci. La voce del primo registro non differisce da quella del secondo che per il timbro; l’unione dei due registri si fa del tutto naturalmente; di qui quell’omogeneità di suono che dovrebbe acquistare ogni cantatrice.
Le voci di donna in Francia hanno del brillante, del mordente e della forza, ma sono spesso agre e stridenti, e mancano di vigore e di limpidezza. Il primo registro radamente è spiegato: non si pensa che al secondo registro, alla vocalizzazione facile e brillante, ma che tuttavia non va sempre esente da una certa asprezza.
Le Alemanne posseggono soprattutto voci forti, ma dure e difficili a raddolcire: spingono le note del primo registro oltre i limiti della natura; trascurano spesso il secondo registro e la vocalizzazione, e pigliano principalmente di mira gli effetti drammatici. Le voci delle cantatrici inglesi, che cantano in inglese, non hanno nell’esecuzione quella potenza che pur potrebbero ottenere. Le inglesi cantano spesso di naso e nel gozzo; ma le voci non sono senza grazia, e in esse l’unione dei due registri avviene con più facilità che nelle voci tedesche.
Qual è dunque la cagione di tali differenze? Forse il clima? Forse l’educazione musicale o la maniera di vivere? Forse la lingua del paese?
Non v’ha dubbio alcuno che il clima non eserciti una sensibile influenza sugli organi vocali, e che un’aria pura, riscaldata dai raggi dorati del sole non sia più benefica ai polmoni che un’atmosfera fredda, umida o nebbiosa; e pur nondimeno la Lombardia ha dato al teatro un gran numero di voci e d’organismi squisiti fra i cantanti. Nè l’Asia, nè l’Affrica non ci hanno ancora mandato dei Rubini o delle Grisi.
L’educazione musicale contribuisce evidentemente allo svolgimento della voce, ma sotto l’aspetto piuttosto estetico che puramente vocale. La musica classica che coltivano gli Alemanni e gl’Inglesi, forma sicuramente lo stile del cantante, ma non perfeziona il meccanismo: la grazia e la vivacità della musica francese, dove le parole han sì gran parte, servono a dare una particolare direzione sì all’ingegno che alla voce.
Gl’Italiani soli, che spesso ricevono un’educazione musicale inferiore a quella degli Alemanni e dei Francesi, ma che posseggono l’istinto vocale per eccellenza, e il cui temperamento appassionato e sveglio si presta tanto all’espressione dei sentimenti teneri e melanconici, quanto ai sentimenti drammatici ed eccessivi; gl’Italiani che già cantano, per così dire, parlando, hanno in tutti i tempi tenuto il primato vocale su tutte le altre nazioni.
Da ciò che or ora dicemmo è facile vedere che l’organo vocale si dispiega soprattutto sotto l’influenza della lingua parlata, che opera direttamente sull’emissione buona o cattiva; e noi possiamo dire che la lingua parlata è lo specchio dell’indole, dell’intelligenza, del sentimento e dell’anima.
Le parole italiane, la cui più gran parte finisco in vocale, vogliono che s’apra costantemente la bocca; l’emissione diventa facile, e il timbro della voce chiaro e vibrato. Di più, gl’Italiani parlano sempre nei due registri; tutto ciò che dicono accompagnano con gesti espressivi; e non è dunque a farle maraviglie se questi cantanti ottengono facilmente una perfetta omogeneità vocale e la facoltà di modulare la voce.
Passiamo alla lingua e alle cantatrici francesi. Che ci troviamo noi in questa lingua? terminazioni in an, en, on, ant, ent, vrait, vré, oitre, etre; poi le e mute, senza contare la gorgia, cagione sì frequente d’una difettosa emissione.
Mentre le cantatrici italiane non si tengono dal mettere tutta la loro anima, tutta la loro passione in ciò che cantano, le cantatrici francesi si sforzano, per prima cosa, di dar risalto allo spirito delle parole, e spesso anche a detrimento della musica.
Ci resta a cercare qual’è l’influenza delle lingue alemanna e inglese sulla gola delle cantatrici alemanne ed inglesi. La quantità delle consonanti e delle sillabe gutturali… genera inevitabilmente un’emissione gutturale, che toglie al timbro la sua gradevolezza.
In Inghilterra… una delle principali cagioni della emissione sorda delle voci inglesi sta nel th, per cui bisogna metter la lingua sopra i denti, anziché contro i denti, e nell’abitudine generale di parlare a bocca semichiusa.
Non è adunque a porre in dubbio che la lingua parlata sia la cagione dei difetti vocali in Francia, in Alemagna e in Inghilterra; mentre che alle qualità della bella lingua italiana sono da attribuire la potenza vocale, la limpidezza, la flessibilità, e principalmente l’omogeneità delle voci italiane.
Violini e voci — Non ci resta che a spiegare perché la qualità dei suoni dei violini italiani, francesi e tedeschi d’altro tempo, hanno una piena analogia con quella delle cantatrici di quei paesi.
I violini di Stradivari rappresentano il mezzosoprano: potenza, calore, drammaticità. I Guarneri rappresentano i soprani: vibrazione immediata, calore, virtuosismo. I Maggini rappresentano il contralto: timbro vellutato, melanconico, dolce.
Gli Amati sono paragonati ai tenori di grazia: suono dolce, piacevole, meccanismo facile.
Noi, in questo capitolo, ci siamo fermati così esclusivamente alle voci di donne… senza lasciar però d’avvertire che il numero delle grandi cantatrici è più considerevole di quello dei grandi cantanti, e che le cantatrici sono nell’obbligo di spiegare la loro voce e la vocalizzazione; giacché i soli gridi le finirebbero presto.
Si può egli infatti citare una sola lavoratrice, la quale, dopo sei mesi di studi, abbia osato d’esordire sopra un gran teatro con Desdemona, Semiramide, Lucrezia o Norma; mentre che il primo legnaiuolo venuto… non si perita di trasformare in urli i sublimi accenti d’Arnoldo nell’imperituro capolavoro di Rossini?
Testo estratto da Voci e cantanti, Ventotto capitoli di considerazioni generali sulla voce e sull’arte del canto, Enrico Panofka, Firenze, 1871.
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