Beniamino Gigli
Le vocali nel canto III
Quando dobbiamo passare da una vocale ad un’altra sulla stessa nota o su un intervallo, è necessario evitare ogni cambiamento brusco e improvviso della forma interna e dell’impostazione del tono. Per quanto riguarda le note acute posso dire che il passaggio da una vocale all’altra sulla medesima altezza, si sente appena; la differenza di posizione nella cavità di risonanza tra una vocale e la successiva è così lieve da essere appena percepibile.
Le vocali I ed E, O e U, producono suoni chiusi su note medie basse e più basse ma una volta che noi siamo su altezze di tono acute dev’essere dato loro più spazio per svilupparsi, proprio come se fossero della stessa natura della vocale A. Per esempio, la vocale I è una vocale molto più chiusa della A quando prodotta su note medie e basse ma quando viene emessa su una nota alta o di testa, deve essere dotata dello stesso spazio della vocale A ma senza perdere la natura della vocale stessa.
L’approvvigionamento di spazio, necessario ai fini dell’amplificazione tonale, viene fatto con la mente e la volontà del cantante. È tutta una questione di pensiero e di volontà esercitati e sviluppati per un certo lasso considerevole di tempo dal cantante, prima durante i suoi studi e poi sul palcoscenico.
Il passaggio da una vocale all’altra viene fatto soprattutto mentalmente e senza nessuno sforzo fisico diretto e voluto. Non mi soffermo sulla forma fisica ma su quella mentale e sulla fluida fusione delle vocali all’interno della gola. Quando il pensiero viene correttamente stabilito, la parte fisica reagisce e si regola di conseguenza con uguale precisione. Così faccio sempre io. Dopotutto, qualsiasi cosa al mondo è un prodotto del pensiero umano e divino; tutte le cose fatte dall’uomo sono il risultato di un concetto mentale.
Testo estratto da The voice of the mind, Edgar F. Herbert-Caesari, Londra, 1951.
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