Giulio Caccini

Le nuove musiche II

Ai lettori

Se gli studi della musica fatti da me intorno alla nobile maniera di cantare, dal famoso Scipione del Palla mio maestro appresa, et altre mie composizioni di più madrigali et arie, composti da me in diversi tempi, io non ho fino ad ora manifestati, ciò è addivenuto dal non istimare io: parendo a me che assai di onore ricevessero dette mie musiche, e molto più del merito loro, leggendole continovamente esercitate da i più famosi cantori e cantatrici d’Italia, et altri nobili amatori di questa professione.

Ma ora veggendo andare attorno molte di esse lacere e guaste, et inoltre malamente adoperarsi quei lunghi giri di voce semplici e doppi, cioè raddoppiate, intrecciate l’una nell’altra, ritrovate da me per isfuggire quella antica maniera di passaggi che già si costumarono, più propria per gli strumenti di fiato e di corde che per le voci, et altresì usarsi indifferentemente il crescere o scemare della voce, le esclamazioni, trilli e gruppi, et altri cotali ornamenti alla buona maniera di cantare; sono stato necessitato, et anno mosso da amici, di far istampare dette mie musiche.

Io veramente nei tempi che fioriva in Firenze la virtuosissima Camerata del Signor Giovanni Bardi, ove concorreva gran parte della nobiltà e i primi musici, poeti e filosofi, avendola frequentata anch’io, posso dire d’avere appreso più dai loro dotti ragionari che dal contrappunto in trent’anni.

Essi mi hanno confortato a non pregiare la musica che non lascia intendersi le parole, ma a seguire la maniera lodata da Platone, dove la musica è favella, ritmo e suono, e non il contrario, per muovere l’intelletto e gli affetti.

Veduto dunque che tali musiche non muovevano l’intelletto senza parole, mi venne pensiero introdurre una musica per una voce sola, quasi come favellare in armonia, usando una nobile spezzatura di canto, con basso fermo e uso degli strumenti solo per esprimere affetti.

Composi allora madrigali come Perfidissimo volto, Vedrò ‘l mio Sol, Dovrò dunque morire e altri, e l’aria sull’Egloga del Sanazzaro Itene a l’ombra degli ameni faggi, che ebbero grande favore nella Camerata.

Questi lavori furono poi apprezzati anche a Roma nella casa del signor Nero Neri e dal signor Lione Strozzi, che lodarono la nuova maniera di canto per una sola voce accompagnata da strumento.

Ritornato a Firenze, osservando le canzonette di allora, spesso di parole vili, pensai di comporre canzonette più nobili per una voce sola con strumenti, ricevendo testi anche dal signor Gabriello Chiabrera.

Queste composizioni si diffusero in tutta Italia, e lo stile per una voce sola fu poi seguito da molti, mentre io ho continuato a lavorare per oltre trentasette anni al servizio dei Serenissimi Principi di Firenze.

Prefazione a Le nuove musiche, Giulio Caccini, Firenze, 1601 – 1614 – 1615.

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