Giovanni Battista Mancini

Della voce di petto e di testa o sia falsetto

La Voce, per costruzione sua naturale, ordinariamente è divisa in due registri, i quali si chiamano, l’uno di petto, e l’altro di testa, o sia falsetto. Si è detto ordinariamente, imperciocchè si da anche qualche raro esempio, che alcuno riceva dalla natura il singolarissimo dono di potere eseguir tutto colla sola Voce di petto. Di questo dono non parlo; parlo solo della voce in generale divisa in due registri, come comunemente succede.

Ogni Scolare, sia Soprano, Contralto, Tenore o Basso può da se stesso conoscere con tutta la facilità la differenza di questi due separati registri; e serve che cominci a cantare la scala. Per esempio se è Soprano dal Sol posto al terzo rigo, e seguitando fino al C-sol-faut del quarto spazio, osserverà che queste quattro voci saranno sonore, e le dirà con forza, e chiarezza senza pena, perchè provenienti dal petto. Se poi vorrà passare al D-la-sol-re, nel caso che l’organo della voce non sia valido e difettuoso, lo dirà con pena e fatica. Or questa mutazione non è altro che il cambiamento della voce, la quale arrivata al termine del primo registro, entrando nel secondo, trovasi più debole per necessità.

Questa Voce di petto non è in tutti egualmente valida e forte; ma in quella guisa che alcuno avrà più robusto o più debole l’organo del petto, così avrà più o meno gagliarda la Voce. In molti la voce naturale, o sia di petto, non assiste che per arrivare con istento al B-mi; ed all’opposto in molti altri riescirà di salire di petto all’E-la-mi. L’arte può però molto supplire al difetto della natura; imperciocchè con un assiduo studio potranno i giovani unire la disparità de’ due registri; e quindi s’inganna quel Cantore, il quale parlando della sua voce dice, che questa lo tradisce in tal situazione, chiamandole corde o voci nemiche.

Dovrebbe piuttosto dire, che egli stesso ha tradita la propria voce, perché non pensò mai ne’ primi anni di studio ad unire la sua voce di petto con quella di testa. Nè vi ha dubbio che fra le tante difficoltà che incontransi nell’arte del canto, la maggiore è forse quella di bene unire questi due registri; ma è altresì vero che non riesce impossibile il superarla a chi seriamente studierà.

L’arte e lo studio sono quei soli mezzi atti a correggere certi difetti della natura, nei quali però la natura sia pieghevole. Questa unione dei due registri è di tanto impegno nella professione, che merita regole precise poste in pratica dai migliori Maestri.

Un grandioso paradosso può aggiungersi: che possono darsi dei difetti naturali che risultano più vaghi nella voce che non corretti dall’arte. Per esempio una Voce velata, purché di buon corpo, può risultare dolce, piacevole e capace di toccare il cuore umano.

Questo difetto virtuoso si intende però solo nelle voci di Soprano o Contralto, e non in quelle di Tenore o Basso, che devono essere sonore, robuste e virili, essendo base dell’armonia.

Così la natura stessa insegna che anche dai difetti, con studio e arte, si può giungere ad emulare la perfezione.

Testo estratto da Metodo per ben insegnare ed apprendere l’arte del cantare, Giovanni Battista Mancini, Firenze, 1807.

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