Giovanni Battista Mancini

Cavare, modulare e fermare la voce

Succede spesso, che quanto fu liberale la natura in accordare ad alcuni giovani una Voce purgata da ogni difetto, e di un esteso registro, sicchè possa chiamarsi bella, fu poi altrettanto avara nel non congiungere a quella un corpo sonoro, robustezza, e flessibilità.

Una Voce, a cui manchi la robustezza chiamasi Voce debole, e porta il grave disturbo al Cantore, che non può farsi sentire senza sua pena e fatica, incampo vasto.

Un corpo sonoro, o sia la robustezza di Voce, è d’ordinario dono della natura, ma può altresì essere acquisto di studio, e di arte.

Il mezzo più usato, e comunemente dai Maestri tenuto pel più valevole ad ottenere la robustezza della Voce a chi manca, è quello di obbligare lo Scolare, nel tempo del primo Studio, a cavare tutta la sua Voce. Di questo mezzo, senza la minima distinzione de’ casi, se ne servono i Maestri con ogni sorta di Voci. Ma io rifletto, che siccome varie sono le qualità, e costituzioni delle Voci, nè tutte peccano in un medesimo difetto, ed in un medesimo grado, così credo che l’accennato rimedio, ancorchè in se stesso sia buono, non possa però essere per tutti i casi, ed universal rimedio. Ma per ogni caso, e per ogni difetto di Voce richiedesi il suo separato e particolare rimedio.

Molte sono le qualità difettose delle Voci, dalle quali tre ne scelgo, che sono le più volgari e comuni per suggerirne il rimedio. Taluno dalla natura ebbe una Voce gagliarda cruda e stridente; Talaltro una Voce limitata, debole e confusa. Un Terzo finalmente l’avrà ricca di distesa, ma poi debole, e sottile in ogni sua proporzione.

Una Voce robusta, cruda e stridente altro bisogno non hà, che di essere addolcita, e purificata. Se ad un giovane, che ha una tal Voce si dicesse: date tutta la Voce, sicuramente non se gli correggerebbe l’errore; anzi gli si farebbe maggiore. In questo caso dunque si deve ritenere allo Scolare la Voce a quel grado, che sia proporzionato alle di lui forze ed età, e con assidua attenzione si deve poi procurare di addolcirgli la Voce stridente, che ne compone gli acuti; acciò l’intero registro sia perfetto nella sua totale uguaglianza. Questi vantaggi non si potranno acquistare se non con assidua diligenza, regolata da un Solfeggio tessuto con note di valore, il quale deve circolare dal grave, e passare nelle voci di mezzo, e finalmente mescolarvi, ed unirvi le voci acute. L’unione di queste voci deve formare un misto sì perfetto, che non guasti l’unione dell’intero registro.

Non si può sperare di ottenere tutto ciò se si uscirà dall’indicata regola, poichè con la sola posatezza, e spianar di Voce se ne può emendare la crudità, e lo strido. Arrivato con questo mezzo lo scolare al possesso di una felice, e sicura esecuzione, potrà stender poi quei passi, che gli saranno guidati dal sapere, e dal retto suo discernimento, acquistato con l’esperienza.

L’altra qualità di Voce, che abbiamo notata per difettuosa, ma correggibile con l’arte, è quella, che è limitata di registro, e alquanto debole. Questa qualità di Voce è al certo svantaggiosa, perchè solo atta ad agire con qualche buon’ esito nei siti ristretti: svantaggio notabile assai, perchè la necessità ci costringe di cantare ora in luogo ampio, ed ora in un’ ristretto. Non si deve per questo assolutamente abbandonare una simil Voce, perchè siamo sicuri, che con lo studio le si possono somministrare quegli aiuti, che bastino per renderla più ricca, e forte. La maggior parte de’ Maestri credono poter correggere il difetto di una simil Voce col far cantare lo Scolare nella lezione giornaliera a piena gola, sperando che a forza di gridare e stridere, lo Scolare, possa acquistare forza maggiore, e rinvigorire l’indebolito registro. Ma questa regola mi sembra alquanto scabrosa, poichè uno studente di dodici, tredici, e quattordici anni non può avere un petto si robusto per sopportare una si irregolar fatica; anzi sono persuaso che questa gli tolga affatto, o almeno gli fiacchi, e indebolisca anche quella poca forza, che può avere in una tale età. Piuttosto non avrei riguardo di accordare per buono un simil metodo, facendo cantare a tutta Voce quello Scolare, che avesse già formata la totale robustezza del petto.

Con uno Scolare di tenera età non si devono porre in uso rimedi violenti, ma sempre i più miti, e meno pericolosi. Per esperienza si vede che il miglior rimedio sarebbe questo cioè: una Voce limitata e debole, sia di Soprano, sia di Contralto, proverà giovamento non mediocre, se nello studio giornaliero verrà coltivata con un solfeggio composto con Note di Valore; e molto più vi riuscirà, se questo solfeggio non uscirà da quella distesa naturale, che la sua medesima natura gli permette in quel tempo. Si deve pure consigliare lo Scolare ad accrescere a poco a poco il corpo della Voce, regolandole coll’aiuto dell’arte, e col continuo esercizio, acciò arrivi a farle robuste, e sonore.

Vinto questo primo ostacolo, si deve mutar solfeggio, il quale deve essere aumentato con voci più acute; e siccome questa seconda porzione di Voce appartiene al registro di testa, dirò in appreso la maniera di unirle: nè questo studio produrrà mai buon effetto, se la Voce non si troverà eguagliata, e unita nella sua totale distesa. Con questo continuato, e ben regolato esercizio, che succeder deve nei primi anni d’ogni scolare, con l’aiuto dell’età, che porta seco rinforzo al petto, e giudizio per ben guidare lo studio, egli otterrà certamente quella quantità di Voce, che gli sarà sufficiente per farsi sentire in qualunque luogo il più vasto; e per vedere chiaramente la forza di questo rimedio, eccone una prova. Un giovine abbandonato da due Maestri, per altro ottimi, che costantemente asserivano, ch’egli non aveva buon petto, nè buona Voce, e però inutile all’arte, andando da un’altro Maestro, questi lo esaminò con pazienza, e da certi segni, i quali dovrebbe discernere un pratico Maestro, vi riconobbe una occulta attitudine al Canto; lo esercitò senza timore della debolezza, e tenera età di anni tredici; e per lungo spazio di tempo non forzò mai la sua Voce, solo badando all’intonazione perfetta, graduazione ed unione della medesima; ed in questa maniera per un certo determinato tempo gli riuscì col crescere degli anni d’avvanzarlo a poco a poco nello studio a un segno tale, che la di lui Voce si trova in oggi florida, robusta, e ricca nella sua distesa, atta a salire senza pena al D-la-sol-re acuto, ed in conseguenza capace a farsi valere in qualunque nobil Teatro.

Mi resta ora di parlare ancora delle Vocette sottili, e deboli nell’intero loro registro, che secondo me poco vagliono, perchè qualunque Voce deve avere un buon corpo. Si osservano ordinariamente queste Voci debolissime nelle corde di petto, e la maggior parte prive delle voci gravi, ma ricche di acuti, o siano voci di testa. Se a questa qualità di Voce si procurerà aumento, e robustezza, da vocetta infelice potrà divenire Voce buona, grata, e stimabile

Per ottenere tutto questo non vi è a mio credere, il più sicuro mezzo, che di far cantare per qualche tempo una tale vocetta nelle sole corde di petto. L’esercizio dovrà farsi con un solfeggio posato, ed accioccè la Voce guadagni maggior corpo, e distesa, vi si dovranno per quanto sia possibile, frammischiare delle voci gravi, facendo nel medesimo tempo capire allo Scolare, che tutte queste voci devono essere non solo sonore, e purgate da ogni difetto, ma anche proferite, e vocalizzate con pronunzia rotonda, e maestosa, affine di toglier loro quella pronunzia puerile, che suole essere connaturale alle menzionate vocette. Vinta una difficoltà sì importante, vi si deve unire il resto della Voce, che ne compone il registro; e siccome questa porzione di Voce è alla qualità di essa favorevole, così l’unione riuscirà certamente facile, e felice.

Da quanto si è detto apparisce dunque chiaro, che la regola di far cantare lo Scolare a tutta Voce, non può essere buona in tutti i casi, ma anzi dico, che in alcuni è molto pregiudicevole, specialmente quando lo Scolare non ha una Voce soda, e ben ferma; mentre in questo caso è certo, che cantando egli a tutta Voce, non si può accorgere come fallisca; laddove cantando sotto voce, egli stesso rimarca facilmente ogni minimo difetto.

L’istesso cantar moderato è l’unico mezzo per fermare la Voce, esercitata però con note bianche. Non dovrebbe perciò mai il Maestro permettere allo Scolare il cantare a tutta Voce, se non dopo che avrà questi ottennta coll’età, sufficiente robustezza di petto, e si sarà collo studio, e lungo esercizio ricorretto da tutti i difetti.

E poichè parlasi dell’abuso di sforzare la Voce, devono i giovani cantori sfuggire un errore, in cui talvolta suole anche cadere qualcuno de’ Professori. Quando si dà l’occasione di dover cantare in una qualche popolata Chiesa, o Teatro, accade bene spesso, che s’inganna quel Musico circa l’estensione della propria Voce. Questi, perchè quando cantò un’altra volta nel medesimo luogo, che era quasi vuoto, ha sentita meglio la sua Voce, e gli parve più risonante, crede che la supposta fiacchezza provenga da tutt’altra cagione, che dall’essersi densata l’aria dalla quantità dei fiati, e dal mancarvi la quiete per il mormorio della gente, e perciò al puro sentire una forte ripercussione della propria Voce nel proprio orecchio, si sforza, e canta di tutta gola. Questo è un errore molto pregiudicevole e alla bellezza della Voce, e alle forze del petto.

Chi dunque ha provata una volta la sua Voce, e l’ha con replicata esperienza ritrovata sufficiente per farsi sentire in qualunque vasta situazione, ancorchè qualche volta gli sembri debole, e fiacca, non deve per questo sforzarla, anzi accertarsi, che agli uditori farà l’ordinaria impressione. Egli è vero, che la medesima quantità di Voce non è sufficiente per ogni sito; e per questo il bravo Professore a forza di precedente esame, riflessione, e pratica deve saper proporzionare la sua Voce ad ogni luogo: ma è pure altresì vero, che quando il Professore non ritrova la sua Voce sufficiente per una data vastità, non deve con tuttociò sforzarla, per non rovinare la Voce, e il petto. Resti dunque per deciso, che lo sforzare la Voce è sempre uno dei maggiori errori, che possa commettere un Cantante.

Testo estratto da Metodo per ben insegnare ed apprendere l’arte del cantare, Giovanni Battista Mancini, Firenze, 1807.

Trascrizione a cura di Max Tavella.

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